17 novembre 2016

Nei dintorni

POMARICO. A 26 Km. da Matera.

Dall’uscita di Matera Centro prendere la strada per Ferrandina e proseguire per circa 20 Km.  Subito dopo la galleria girare a destra e proseguire per altri 6 Km.

Cosa visitare. Pomarico vecchio; La Chiesa Madre; Il Palazzo Marchesale con il Museo della Civiltà Contadina; Il Convento Francescano con l’annessa Chiesa di S. Antonio; La Chiesa dell’Addolorata; La Chiesa della Madonna del Carmine.

Pomarico Vecchio. (Pannelli esplicativi posti nel sito).

Il sito indigeno di Pomarico Vecchio occupa la sommità pianeggiante di una collina (Collina di San Giacomo a 415 m. sul livello del mare) che sorge in posizione strategica lungo la valle del Basento, a circa 35 Km. da Metaponto, in una zona di cerniera fra la costa greca e l’entroterra indigeno. Il pianoro si estende in senso Nord-Sud ed è articolato in due terrazze, una meridionale quasi pianeggiante e una settentrionale più ondulata.Quest’area, naturalmente ben definibile per via dell’ubicazione a dominio delle vallati sottostanti, ideale per la coltivazione e ben collegata con la costa tramite il fiume Basento, costituiva un luogo ideale all’insediamento. La frequentazione del sito è documentata dal VI sec. A. C. fino almeno alla fine del III sec. A. C: e ha il suo massimo sviluppo nella seconda metà del IV sec. A.C. Come in età antica anche in epoca medievale la posizione strategica per il controllo visivo del territorio circostante ha favorito una breve occupazione che sembra concentrarsi vicino alle mura.
Fra IV e III sec. A. C. l’abitato si estendeva verosimilmente su tutta l’area del pianoro; a giudicare dai rinvenimenti nella terrazza meridionale (scavi attualmente non visibili), l’abitato possedeva un impianto urbanistico di ispirazione greca costituito da isolati regolari divisi da vie strette e grosso modo parallele fra loro (stenopoi) che intersecavano perpendicolarmente una strada più ampia (plateia). L’insediamento era cinto da un ampio circuito murario che correva lungo tutto il perimetro del pianoro, visibile nella zona della terrazza settentrionale (settore B). Tre aree di necropoli con tombe risalenti anche all’epoca arcaica, sono state individuate all’esterno delle fortificazioni.
Dopo alcune esplorazioni della fine del XIX secolo e scavi clandestini nella necropoli, le prime indagini scientifiche sul sito risalgono all’iniziativa della Soprintendenza Archeologica della Basilicata: Dinu Adamesteanu nel 1976 studia la cinta muraria con la fotografia aerea e ne scava e restaura un settore; Antonio De Siena fra gli anni Settanta ed Ottanta esplora un nucleo di tombe e una parte delle mura. Fra il 1989 e il 1996 le campagne di scavo dell’Università degli studi di Torino, dirette da Marcella Barra Bagnasco, hanno invece indagato all’interno delle fortificazioni. 

dscf0296                       dscf0330

 

dscf0326    dscf0325

Scavi archeologici di Pomarico Vecchio. Basamento Torre nord.

 

La Chiesa Madre.
I lavori per la costruzione della nuova Chiesa Madre iniziarono nel 1748. Essa venne edificata vicino all’”antico casale dei Greci” (nei pressi dell’attuale via Divisione Julia), al di fuori della cerchia delle mura urbane, in un campo coltivato a uliveto: la zona fu prescelta, giacché lí si stava sviluppando il nuovo centro urbano. 
Poiché la chiesa sorge in uno slargo nascosto all’occhio del visitatore che vi arrivi da via Roma, essa appare all’improvviso in tutta la sua maestosità, destando grande meraviglia e stupore per chi la vede per la prima volta. È proprio questo l’effetto che volevano suscitare i costruttori dell’epoca barocca. Che la chiesa sia di stile barocco, infatti, lo si capisce anche da altri elementi come la facciata ondulata, cioè sporgente, nella parte centrale, e arretrata, ai lati; la presenza di decorazioni a stucco, all’interno; e quella di tele negli altari con una figura centrale e angeli svolazzanti.
Antistante alla chiesa vi è un sagrato, la cui conformazione strutturale –assolvendo alla duplice funzione: a quella liturgica, d’accogliere i fedeli nei giorni di festa; all’altra, che possiamo chiamare tecnico-edile, d’impedire all’acqua proveniente da sopra di introdursi nella chiesa– si disegna a anfiteatro, suggerendo, cosí, l’idea di due braccia aperte che accolgono i fedeli.
La facciata è caratterizzata da un maestoso campanile centrale, alto 35 metri dal suolo, completato nel 1792. L’ingresso alla chiesa avviene da un portone a arco centrale e da due ingressi laterali piú piccoli. La pianta della chiesa è a tre navate, una centrale piú grande e due laterali piú piccole.
La chiesa venne fortemente danneggiata dal terremoto del 23 novembre 1980 e chiusa al culto fino al 4 maggio del 1994, quando, dopo grandi lavori di riparazione, con una grande cerimonia, a cui partecipò anche l‘arcivescovo di Matera, venne riaperta al culto.
In quella stessa occasione, su iniziativa del parroco, don Salvatore Romano, vennero rifatti tutti i banchi donati alla chiesa dalla popolazione.
Gli stucchi
Una caratteristica dell’interno della chiesa sono le decorazioni a stucco nella parte alta della chiesa. Esse decorano la cupola, il presbiterio, la navata centrale e il coro e vennero realizzate da una famiglia di artisti provenienti dalla Lombardia commissionati dall’Arciprete don Tommaso Pizzolla.
Sono rappresentati angeli collocati agli angoli della volta, motivi a fiori e cariatidi, che sostengono sul capo capitelli corinzi.

Tele di pregio
Oltre agli stucchi, all’interno della chiesa vi sono altre opere importanti come, per esempio, tre tele che raffigurano La Vergine Incoronata, La Maddalena, L’Immacolata.

La Vergine Incoronata di Andrea D’Errico di Amsterdam, raffigura la Vergine che viene incoronata da due angeli e ha sulle ginocchia il Bambino. Nella parte alta della rappresentazione vi è il Padre che regge in mano una sfera che simboleggia l’Universo. Intorno s’accalca una folla di persone, tra cui un carnefice, che trattiene un bambino.
La Maddalena di Andrea Vaccaro è un’opera di notevole interesse per la storia dell’arte della Basilicata. Rappresenta la Maddalena con un teschio davanti a sé sul quale medita.
L’Immacolata fu dipinta Pietro Antonio Ferro. Costui, tra i pittori lucani degli inizî del XVII secolo, che diffuse in Basilicata il gusto del quadro a soggetto religioso, è, senz’ombra di dubbio, il maggiore. Altre opere del Ferro, a Pomarico, si trovano nelle chiese di San Rocco e Sant’Antonio. La grande tela, racchiusa in una maestosa cornice dorata nella parte alta della navata laterale destra, rappresenta in alto il Padre Eterno con una sfera che simboleggia l’Universo, la Vergine circondata da angeli, che reggono i simboli delle Laudi, e, in basso, i santi Francesco, con in mano un crocifisso, e Antonio, con in mano un giglio.
Gli altari
L’altare Maggiore, in pietra dipinta, è un’imitazione dei ricchi altari in marmi policromi intarsiati diffusi nel Napoletano. La parete di fondo dell’altare, in ferro battuto, presenta girali e volute, che costituiscono il motivo dominante della decorazione. Essa venne fatta a Andria –in Puglia– dal maestro Francesco Paolo Giordano nel 1789 e illuminata per la prima volta dalle candele il giorno di S. Michele (8 Maggio) del 1790. Sulla porta del Tabernacolo è raffigurata l’immagine di San Michele.
L’altare di San Michele Arcangelo, riccamente intagliato, poggia su un paliotto (drappo di stoffa preziosa, con il quale si riveste l’altare) dipinto. L’opera, commissionata tra il 1698 e il 1699.
L’altare dell’Immacolata accoglie la preziosa tela di Pietro Antonio Ferro. La cornice, che contorna il dipinto, in legno scolpito e rivestito in oro zecchino, induce a pensare a un ricco committente, e essa s’ascrive alle abili mani di Antonio Paradiso da Picerno. L’opera costò 120 ducati. (vedi fig. 4.)
L’organo
Il pregevole organo, intagliato e dipinto, fu acquistato dai monaci benedettini di Montescaglioso.
La facciata è composta da 25 canne in stagno, disposte, su tre campate, a forma di cuspide. Alla sommità è collocato un elegante ornamento a volute riccamente intagliate. L’opera è stata attribuita all’organaro Giuseppe Rubino di Castellaneta.
Il pulpito
Il meraviglioso pulpito è costituito da un parapetto sormontato da un baldacchino. È decorato con intagli a motivi floreali, che racchiudono cherubini dipinti in oro zecchino. Al centro troneggia la figura di San Carlo Borromeo. Nella parte superiore è raffigurato lo stemma che rappresenta l’emblema della città di Pomarico. L’opera è da considerarsi appartenente al tardo barocco napoletano.

dscf9076   

La Chiesa Madre

Il Palazzo Marchesale.
Il Palazzo, che, isolato e imponente, sorge ai margini del centro storico fungendo da cerniera tra la parte antica dell’abitato ed i quartieri di nuova espansione, è costituito da tre piani fuori terra oltre alla copertura. Fu realizzato nel 1773 dall’ingegnere napoletano Giuseppe FALCHIGNANO su commissione del barone don Giulio Cesare DONNAPERNA primogenito del barone di Tursi don Giuseppe Paolo Donnaperna. I Donnaperna, infatti, avevano acquistato il feudo di Pomarico dal principe di Castellaneta e signore di Pomarico don Nicola MIROBALLO per sopraggiunte difficoltà economiche di quest’ultimo. Tale acquisizione da parte dei Donnaperna avvenne nel 1771 dopo anni di trattative e dopo che la Gran Corte della Vicaría procedette all’apprezzamento del feudo, ponendo fine alla lunga, illuminata e benevola Signoria dei Miroballo su Pomarico. Il nuovo acquirente, tuttavia, non ebbe il tempo di prendere possesso del feudo poiché spirò lo stesso anno dell’acquisto dopo aver nominato suo erede il primogenito don Giulio Cesare Donnaperna. Fu quest’ultimo, dunque, con ogni probabilità, come scaturisce dall’esame delle date, che commissionò al Falchignano la costruzione del Palazzo. Nei primi anni dell’Ottocento il Palazzo fu venduto ai Massarotti che successivamente lo cedettero, suddiviso in piú parti, a vari proprietari tra i quali il Comune, che detenendo ora la quasi totalità dei locali, ha recentemente avviato lavori di restauro e ristrutturazione in vista di insediamenti di istituti culturali.

Museo della Civiltà Contadina – Palazzo Marchesale, sala lato nord 1° Piano, accesso dalla corte -.
In un’ala del Palazzo Marchesale ha trovato luogo già dal 1993 –sulla base di un progetto disegnato da Giovanni Battista Bronzini– un Museo della Civiltà Contadina, che raccoglie oltre 250 oggetti esposti, corredati da schede d’inventario, che ne registrano la destinazione d’uso e i donatori. Prima che l’ondata di novismo li sommergesse e inabissasse, sono stati salvati reperti, che documentano la vita domestica di quella civiltà, e poi il lavoro agricolo –nella sua varietà cerealicola, vitivinicola e olearia–, quello edilizio –fabbricazione di manufatti laterizi–, e quello artigianale; comprendendo anche una sezione musicale.

Convento francescano e chiesa di S. Antonio.
Il convento fu fondato nel 1604 dai Padri Osservanti e ceduto, nel 1605, ai Frati Minori Riformati che vi dimorarono fino all’epoca dell’esproprio statale del 1865, avvenuto a séguito di quelle che la letteratura ecclesiastica chiamò leggi eversive, in base alle quali furono soppressi molti ordini religiosi, espropriati i loro beni decretandone il passaggio al patrimonio demaniale dello Stato (cfr. P. Gabriele Cuomo, Le leggi eversive del secolo XIX e le vicende degli ordini religiosi della Provincia di Principato Citeriore). Da quella data l’ex convento è stato adibito ai piú diversi usi civili: mensa, cinema, scuola e, attualmente, a sede definitiva della Casa Comunale.
Lo schema del convento era semplice e modulare ed era comune a tutti i 19 conventi appartenenti alla provincia minoritica dei Minori Riformati della Basilicata. Accanto alla chiesa ad aula –i frati Minori erano dei predicatori–, sorgeva un chiostro quadrato, di lato variabile tra i 10 e i 20 m. e gli ambienti vi si distribuivano intorno: a piano terra era la mensa-cenacolo, le stalle e i magazzini; al piano superiore le celle per i frati –tutte uguali–, piccole, 10-12-mq., con corridoio centrale. Questo schema vale soprattutto per Pomarico che è un convento-tipo, con l’impianto originario incentrato sul primo chiostro –ove sono visibili due meridiane– e la successiva espansione sul secondo chiostro, modulare in larghezza e altezza.
Annessa al convento sorge una chiesa, dedicata a S. Antonio, la cui edificazione fu compiuta nel 1615, come si può leggere nell’iscrizione posta sulla porta d’ingresso della stessa. In essa è possibile ammirare un pregevole coro ligneo, eseguito nel 1770 da fra’ Angelo da Laurenzana.

Chiesa dell’Addolorata.
Nella parte alta del paese, là dove si costituí il primitivo nucleo dell’insediamento urbano, quando vi confluirono gli abitanti in fuga da Pomarico Vecchio e Castro Cicurio, sorge la chiesa della SS.ma Addolorata, costruita a partire dal 1450 come nuova Chiesa Madre, in sostituzione di una precedente, che, a causa di un cedimento del terreno, correva pericolo di crollo. La prima intitolazione della chiesa fu ascritta a S. Michele Arcangelo, patrono del paese, alla quale successe quella attuale alla SS.ma Addolorata, quando la sede della Chiesa Madre si spostò ulteriormente.
La facciata dell’Addolorata presenta volute ioniche, che addolciscono l’asciuttezza del materiale laterizio, alla quale la povertà aveva obbligato gli abitanti. La linea architettonica attuale si impronta ai modelli barocchi per essere stata ricostruita nel 1700. Al suo interno si può ascoltare un organo settecentesco, del quale resta pregevole anche la visione.

Il santuario della Madonna del Carmine
Il santuario sorge ai piedi di una collina, sulla vecchia strada per Matera, in un paesaggio pittoresco dominato dalla presenza di maestose querce, nell’omonima contrada, a 3 Km. dal centro abitato. Realizzato per tre lati contro terra e separato dalla strada da un piazzale rialzato, il santuario sembra quasi venir fuori dal ventre della collina.
Le poche notizie storiche disponibili sulle vicende c ostruttive della Chiesa rivelano che il primo nucleo del santuario venne realizzato intorno al 1575 su iniziativa del sacerdote don Roberto Basile e della Confraternita della SS. Vergine del Carmine istituita dal sacerdote don Altobello Donati. I lavori furono eseguiti dal maestro Francesco Antonio Selvaggi, noto per aver partecipato alla realizzazione della Reggia di Caserta e, a Napoli, a quella di alcuni palazzi reali.
Successivamente, a seguito del suo crollo, la chiesa veniva ricostruita a cura del sacerdote don Giuseppe Sivilia nel 1872. A quell’epoca la facciata (fig. 1) presentava tre ordini sovrapposti: i primi due, seppur rimaneggiati, sono visibili ancora oggi, l’ultimo, la vela campanaria, invece, crollò a seguito del terremoto del 1930 e ricostruita in maniera totalmente difforme dall’originale. La scarsa documentazione reperibile consente di individuare solo nella storia recente due importanti interventi di manutenzione straordinaria da parte del genio civile. I lavori consistettero, principalmente, della realizzazione di contrafforti continui laterali in laterizio pieno lungo le pareti ortogonali alla facciata principale, di risarciture locali della tessitura muraria, del rifacimento della pavimentazione, della realizzazione di muri interni perimetrali in aderenza ai pannelli esistenti in laterizio pieno, chiusura della porta d’ingresso secondaria posta alla sinistra dell’ingresso principale. I lavori furono ultimati il giorno 7 Settembre 1969 come attestato da un’epigrafe celebrativa (fig. 2) tutt’oggi visibile all’interno della chiesa.

Esterno. La facciata appare divisa in due ordini sovrapposti oltre al fastigio costituito da un campanile a vela. L’ordine inferiore è ripartito in tre zone da quattro gruppi di doppie lesene sovrapposte che lasciano trasparire la struttura interna a tre navate. Le lesene sono raccordate superiormente da un cornicione e da un fascio di listelli sporgenti che corrono in orizzontale per l’intera lunghezza della facciata dividendola in due distinte zone, inferiore e superiore. La restante superficie muraria è liscia ed è movimentata solo dal portale inquadrato dal solito motivo a lesene sovrapposte che in sommità si incurvano per formare un timpano flesso interrotto. A tali elementi soltanto è affidato l’ufficio decorativo di prospetto. L’ordine superiore, infatti, più spartano, limitato alla sola navata mediana, presenta solo una finestra. al di sopra è il fastigio costituito da un campanile a vela (ricostruito di recente sullo schema della composizione originaria) in cui dovrà alloggiare la campana. Due muretti, concavi superiormente, costituiscono l’elemento di raccordo dell’ordine superiore con quello inferiore.

Interno. Lo schema planimetrico è a tre navate con la mediana più alta delle laterali. La differenza di altezza ha consentito la realizzazione di finestrature nelle lunette della volta. L’impianto architettonico e decorativo dell’interno rimanda allo stile delle chiese del centro urbano, in particolare alla Chiesa Madre dedicata al Patrono di Pomarico, S. Michele Arcangelo.
La navata centrale è coperta con volta a botte lunettata poggiante sulle murature esterne e, nel lato interno, su pilastri in pietrame decorati sui quattro lati da una doppia lesena piegata a libretto, che si incurva sull’intradosso dell’arco. Lungo la parte alta delle murature corre un cornicione sul quale si impostano le volte e gli arconi della cupola dell’altare. La zona presbiteriale, punto focale dell’impianto architettonico della chiesa, leggermente rialzato rispetto al resto della platea, è coperta con cupola a calotta semisferica ed è definita in fondo alla navata da una zona absidata.
Le navate laterali, di dimensioni minori, comunicano con la navata centrale mediante archi longitudinali a tutto sesto. Particolarmente interessante è la loro soluzione architettonica: ognuna di esse è costituita da tre ambienti a pianta quadrangolare di cui i primi due, più bassi, sono coperti con cupolette poggianti su quattro archi.
Le pareti interne, senza particolari pregi artistici, si presentano semplicemente intonacate e pitturate di bianco. Una maggiore cura e ricchezza di decorazioni rivela invece la muratura della zona presbiteriale, concepita evidentemente per essere vista e per richiamare l’attenzione dei fedeli: oltre ai fasci di lesene intonacate -che corrono ora in orizzontale ora in verticale ora sull’intradosso degli archi-, presenta pregevoli stucchi sui pennacchi, nella zona di imposta e sulla parte culminante della
calotta della cupola.
Troneggiano, sul basamento presbiteriale rialzato, una mensa in marmo ed un altare riccamente decorato con motivi floreali e volute laterali che sorreggono due piccole statue policrome, S. Sebastiano e S. Rocco, e, sul tabernacolo, una nicchia per accogliere la statua della Vergine.

Il sisma del 23.11.1980 causò gravissimi danni alle strutture portanti della Chiesa: numerose ed estese lesioni sulle volte e sulla muratura, il cedimento della zona anteriore della chiesa immediatamente a ridosso del piazzale esterno e la rottura di un tirante metallico sull’arco della cupola principale, tanto che la stessa venne chiusa al culto e mai più riaperta.
Nel 2010 sono stati effettuati a cura della Soprintendenza per i beni culturali e del Paesaggio di Matera, su progetto strutturale dell’ing. Michelangelo Laterza dell’Università della Basilicata, alcuni lavori di consolidamento che hanno interessato appunto le volte di copertura e i pilastri, oltre al rifacimento del campanile a vela. É stato pertanto eliminato ogni pericolo per la stabilità della Chiesa, tuttavia le condizioni di estremo degrado delle pareti interne, degli stucchi, dei pavimenti, degli infissi non consentono la riapertura della Chiesa.